“Accelerate il passo”.
La voce del capitano Eryn risuonò possente tra gli alberi, rompendo il silenzio.
La sua armatura color ebano spiccava nel verde smeraldo della vegetazione, colpita a tratti dagli ardenti raggi solari di settembre.
Rhama si riscosse dai suoi pensieri e anche i suoi compagni sembrarono uscire da quello stato di ipnosi che il ritmo dei loro passi sul selciato aveva contribuito a creare.
In quelle ultime ore la stanchezza e il caldo li avevano provati a tal punto da non riuscire nemmeno a parlare tra loro, impegnati com’erano a mantenere la formazione e ad ignorare il peso dell’equipaggiamento che, dopo ore, cominciava a farsi sentire.
Il piccolo gruppo costituito da dieci soldati e da due capitani marciava da quella mattina, sul sentiero che l’avrebbe ricondotto all’Accademia.
La ragazza si concesse un rapido sguardo al verde ambiente che la circondava, nel quale si erano inoltrati già da un’ora.
Il secolare bosco di Kanar, con i suoi fiori selvatici e i suoi alberi immensi, riempiva i suoi occhi stanchi facendoli sorridere. Esso la accoglieva tra le sue possenti braccia fresche mentre la natura magica di quel luogo sembrava danzare tutto intorno a lei, esplodendo di suoni e colori.
Sentì il profumo dell’erba e della terra solleticarle le narici, percepì l’odore della resina che si librava nell’aria e la sensazione che provò la riportò indietro, in un tempo remoto e sfocato.
Avrebbe voluto immergersi in quegli odori, in quei ricordi ma l’indolenzimento generale le ricordò che aveva una marcia da portare a termine.
Il territorio sicuro distava ancora qualche chilometro.
Dopo ogni spedizione, alla vista di quegli alberi centenari, si aveva la sensazione di essere riemersi dalle forze oscure di quel mondo e di trovarsi sempre più vicini alla meta.
Durante la sua prima uscita ogni cadetto aveva capito di essere solo, solo con la responsabilità nei confronti della terra di Ekila. Una volta fatto ritorno alla Madre, si poteva dire di aver acquisito una maggiore consapevolezza.
Rhama non avrebbe mai scordato la prima spedizione della sua squadra anche se, dopo tutto, lei riteneva di aver preso coscienza della realtà molto prima di quel giorno.
Ad ogni modo il rientro attraverso quel luogo meraviglioso era sempre emozionante. Senza rallentare il ritmo dei suoi passi prese ad ascoltare il bosco intorno a sé.
Il gorgoglio del piccolo corso d’acqua ai piedi del grande tiglio, il cinguettare degli uccelli sui rami delle querce, il colore dei fiori che resistevano ancora al fascino della calda estate e che odoravano del suo profumo. In tutto questo le piaceva vedere un caloroso saluto di benvenuto.
L’ombra delle alte querce li aveva un poco rifocillati ma il caldo non aveva dato tregua ai loro corpi coperti dalle armature.
Rhama, come tutti gli altri, sentiva le gambe pesanti e la testa le doleva da ore a causa del sole troppo caldo ma lei sembrava non accorgersene. Procedeva sicura tra gli alberi, imperturbabile come quegli immobili tronchi centenari.
Non un segno di stanchezza o malessere traspariva dal suo volto, nulla sembrava turbare la sua instancabile marcia. Il corpo agile e sinuoso aveva risposto automaticamente agli ordini del capitano facendo scattare i muscoli delle gambe e, con il suo solito passo aggraziato ma deciso, proseguiva come se l’attività fosse appena iniziata. Quel corpo longilineo si mostrava insensibile alla stanchezza accumulata in giorni e giorni di fatiche.
Intanto, poco dietro di lei, John era intento ad asciugarsi la fronte bagnata da copiose gocce di sudore. Al contrario della sua compagna egli appariva decisamente stanco.
“Questo caldo mi uccide. Non ce la faccio più”.
“Sì, una bella fortuna che l’uscita sia avvenuta in questi giorni torridi… non vedo l’ora di sedermi a tavola stasera”, rispose Karen. La stanchezza non riuscì a celare l’entusiasmo che animava la sua voce flebile.
“Non capisco infatti che cosa abbiate da frignare… d’altronde ci spetta il dono di ben tornato!”.
“Rayan non ha tutti i torti. È tutto il giorno che penso alla cena di stasera e ho i crampi allo stomaco per la voglia di mangiarla”. Gli sussurrò di rimando la ragazza bionda.
“Sì, peccato che manchi ancora parecchio prima di sederci a tavola, non trovate?”, riuscì a dire John tra i denti.
Rhama non prese parte alla discussione ma al solo sentir parlare di quella delizia il suo stomaco semi vuoto si contrasse appena e i suoi occhi brillarono come quelli dei suoi compagni. Una bella ciotola di cinghiale al sugo per coloro che tornavano dalla spedizione. Cosa poteva esserci di meglio?
“Oliver mi raccomando vedi di non esprimere troppa gioia. Come al solito…”. Disse Rayan.
Il ragazzone alla sua destra rispose con un grugnito, senza abbandonare quell’espressione severa che contraddistingueva i suoi tratti.
“Avete sentito? Non riesce proprio a trattenere la sua eccitazione”.
“Risparmia il fiato Rayan! Dal tuo aspetto sembra che tu ne abbia bisogno”. Sbottò il compagno guardandolo in cagnesco.
“Già, su questo hai ragione”. Il ragazzo ansante e con i capelli biondi incollati alla fronte immaginò di non avere affatto una bella cera.
“Non ricominciate voi due. Ad ogni modo Oliver non capisco proprio come tu faccia a non essere entusiasmato dalla cosa. Io sto letteralmente fremendo al solo pensiero”.
Karen si massaggiò lo stomaco attanagliato dai crampi. Oliver non rispose. Restò in silenzio, come aveva fatto per tutta la durata del cammino. Con l’espressione dura e gli occhi marroni ridotti a due fessure aveva ripreso a guardare dritto di fronte a sé, quasi come se quello scambio non fosse avvenuto. Il suo carattere duro e tenebroso non era mai stato un mistero per i suoi compagni ma Rayan si divertiva spesso a provocarlo e a fargli notare quanto fosse esageratamente serio. Nelle file retrostanti infatti i membri della seconda squadra non avevano potuto fare a meno di ascoltare il discorso e di esprimere il loro entusiasmo. A Rhama giunsero le loro voci eccitate.
“Anch’io non vedo l’ora di mangiare quel cinghiale”. L’inconfondibile tono squillante di Thomas sembrò quasi echeggiare tra le file.
“Sì, è da una settimana che aspetto questo momento. Altro che il misero cibo mangiato finora”.
“Santo cielo Mark pensi solo al cibo! Non siamo mica usciti per fare una gita di piacere. Che ti aspettavi maiale arrosto e zuppa di fagioli?”. Qualche timida risata si levò intorno a lui.
Il ragazzo con i capelli neri guardò la sua compagna di squadra dall’alto in basso.
“Ma sentitela. Stasera ti meriteresti quello schifo di pane secco”.
Emily alzò gli occhi al cielo e stava per rispondergli a tono quando un loro compagno, il più alto e prestante tra loro, tuonò:
“Basta con le chiacchiere! Non è questo il momento di pensare al cibo. Continuate a marciare”.
Si vociferava che Max sarebbe quasi sicuramente divenuto il futuro capitano della sua squadra. Per quanto la riguardava Rhama non lo aveva mai trovato simpatico. Quell’atteggiamento di superiorità che mostrava nei confronti degli altri, anche dei suoi stessi compagni di squadra, l’aveva sempre irritata, fin da quando erano bambini.
“Probabilmente non gli piace il cinghiale a quello lì”. Sghignazzò Rayan seguito dagli altri.
“Guarda che ti ho sentito Phin”.
Fu controvoglia che Rhama dovette concordare con Max.
I loro capitani, qualche metro più avanti, avevano senza dubbio sentito il vociare alle loro spalle e presto sarebbero intervenuti. L’ultima cosa che desiderava era subire la noiosa predica del capitano Eryn, o peggio, una punizione.
“Shh…ragazzi ora diamoci un taglio prima che i capitani ci riprendano. Vorrei poterlo mangiare quel piatto di cinghiale!”.
La ragazza tornò a concentrarsi sulla strada di fronte a sé e la marcia riprese con maggior vigore, ora che tra loro si era acceso ancor più il desiderio del pasto. Rhama procedette instancabile tra gli alberi che pian piano divenivano sempre più radi, gli occhi attenti a captare anche il più piccolo movimento e la mano pronta ad impugnare l’arma che correva lungo la sua coscia destra. Di tanto in tanto si ritrovò ad incrociare lo sguardo luminoso del suo capitano. Brian Lativer non era come gli altri superiori. Negli otto anni trascorsi si era rivelato essere molto più che il loro capitano in quel mondo buio e la sua presenza era sufficiente a fornirle la forza ed il coraggio necessari per affrontare qualunque situazione.
Dopo qualche altro minuto di marcia l’azzurro del cielo divenne nuovamente visibile e la compagnia si lasciò alle spalle anche gli ultimi alberi del bosco di Kanar che ora si apriva su una sconfinata pianura.
Quando la sentinella, dall’alto della torre d’avvistamento, scambiò il saluto militare con i capitani tutti si sentirono più rilassati; il territorio sicuro era stato raggiunto.
“Finalmente ci siamo”. Esclamò John una volta raggiunto il sentiero di terra battuta che si snodava sinuoso per la piana di Kares. Di colpo il bellissimo paesaggio campestre riempì di nuovo gli occhi di capitani e cadetti con i suoi colori familiari. Il prato alla loro sinistra, reso verde brillante dalla presenza del lago Quirra, ondeggiava accarezzato dal venticello caldo, in un’allegra danza che andava ad estinguersi più ad est, dove il terreno arido mutava i suoi colori in varie tonalità di giallo. Stormi di uccelli, dominatori di quegli alberi secolari, accompagnarono la loro avanzata silenziosa e per un attimo Rhama si abbandonò a quella melodia, ai suoni della natura che trionfava intorno a lei.
In un’altra occasione sarebbe corsa a stendersi sulla riva del grande lago, avrebbe chiuso gli occhi fingendo che il mondo circostante non esistesse ma quella parte di lei era morta molto tempo prima.
In quell’istante un piccolo airone planò sulla distesa d’acqua increspando la liscia ed imperturbabile superficie verde azzurra e mentre il suo sguardo veniva catturato dal movimento circolare di un falco intento a cacciare in lontananza, la ragazza pensò che ad altri occhi questo piccolo quadro campestre sarebbe apparso perfetto e rassicurante. Ma lei sapeva bene che quella natura, apparentemente così serena e pacifica, non era che un’esperta ingannatrice degli uomini, pronta a celare le più grandi insidie.
Quando la nebbia dei pensieri si dissolse ed ella tornò a guardare avanti si rese conto che solo pochi chilometri li separavano dall’arrivo e da quella di stanza poté nitidamente vederla.
La Madre si stagliava di fronte ai loro occhi, solenne sovrana della pianura. Da quella prospettiva sembrava che le alte montagne in lontananza la protegessero nel loro ferreo abbraccio grigio.
Essa, possente e altera, era la protagonista indiscussa di quel luogo e il colore ramato delle sue mura sembrava fornire un tocco di calore al verde della ve getazione.
La regina guerriera dall’armatura rossa non era soltanto la guardiana silenziosa della terra di Ekila, era anche la loro casa. Li aveva ospitati tra le sue mura, li aveva visti crescere, aveva insegnato loro tutto ciò che sapevano ed ora li salutava da lontano, pronta ad accoglierli di nuovo. Rhama conosceva ogni mattone di quel castello, ne amava ogni angolo. Anche solo la vista di esso le riempiva il cuore di una sensazione così simile all’affetto, all’amore che si prova per qualcuno. Era qui che si sentiva a casa e mai come in quei momenti se ne era davvero conto. Se avesse chiuso gli occhi avrebbe potuto sentire quel vociare familiare, avrebbe potuto captare i suoni dell’addestramento, indovinare la vita che scorreva tra quegli spessi muri. Senza nemmeno rendersene conto l’ombra di un sorriso le apparve sulle labbra mentre quel venticello che portava con sé l’odore di casa le scompigliava i capelli castani.
Mentre ancora era intenta a seguire con lo sguardo la piccola figura di Gregor, che ad est del castello stava conducendo i cavalli nella stalla come ogni pomeriggio, la voce dell’amico la fece sussultare. In un attimo allontanò lo sguardo dall’instancabile stalliere della Madre.
“Guardate! Ada deve essersi già messa all’opera. Speriamo se ne occupi lei della nostra cena”.
Alle parole di Rayan le teste di tutti si alzarono all’unisono, puntando gli occhi verso l’ala delle cucine.
Del fumo denso scivolava fuori dal comignolo striando di grigio un’ampia porzione di cielo limpido.
“Speriamo davvero. La vecchia Ada è la migliore in assoluto in cucina. E per di più sa essere molto generosa con le porzioni, non come quell’antipatica della signorina Rosalie. Vi ricordate quella volta che ci diede di nascosto una doppia porzione di pane?”. Disse Karen.
“Io mi ricordo più che altro di quando tu rubasti dalle cucine quel pezzo di caciotta”. Rayan si sporse in avanti per assestarle un colpetto sulla spalla.
“Abbassa la voce idiota!”.
“Ahaha scusa ma l’espressione terrorizzata che fai di solito è troppo divertente. So che ce l’hai in faccia, anche se ora non posso vederti”.
“Sì, confermo”. Il volto contrito di John si rilassò in un breve sorriso.
“Se non fossimo in marcia ve le avrei già suonate di santa ragione…”. Rayan sapeva sempre come allentare la tensione, pensò divertita Rhama. Anche nei momenti più difficili quel ragazzo brillante e sfrontato non perdeva il senso dell’umorismo, riuscendo a trascinare tutti nel suo mondo strano ma leggero. Si voltò verso di loro: “State tutti bene?”.
“Starò meglio quando mi sarò tolto di dosso tutta questa roba”, si lamentò John aggiustandosi lo zaino sulle spalle.
“Io sto bene. Lo sanno tutti che reggo le marce meglio di voi. Piuttosto sono preoccupato per Oliver. Non vorrei che il caldo lo abbia stremato ed ora non riuscisse più a parlare, anche se non farebbe troppo la differenza…”.
Rhama alzò gli occhi al cielo e mentre facevano da sottofondo le minacce di Oliver e le risatine di Rayan si preparò a percorrere gli ultimi metri.
Sulle due torri d’avvistamento dell’accademia militare le sentinelle erano schierate, impegnate a coprire con il loro sguardo le migliaia di ettari di pianura circostante.
Man mano che si avvicinarono la torre sud divenne sempre più imponente tanto che con i suoi enormi blocchi di pietra rossiccia troneggiava sulle loro teste, oscurando il sole. La sentinella, dall’alto dei venti metri della torre, esibì il saluto militare ai capitani che contraccambiarono prima di guadagnare finalmente l’ingresso sud della fortezza.
Rhama alzò lo sguardo sulla porta ad arco, sormontata dall’imponente vessillo dell’Accademia.
I suoi occhi si persero nelle irregolari increspature della stoffa sfiorata dal vento e ancora una volta si ritrovò a rievocare il momento in cui lo aveva osservato per la prima volta.
Un maestoso scudo rosso sangue su sfondo color ebano. Lei, così piccola e disorientata, aveva fissato a lungo i ricami dorati che correvano lungo i bordi della stoffa e quello scudo rosso vermiglio con al centro ricamata una corona nera, simbolo del regno di Ekila.
L’emblema, posto al centro del vessillo, sembrava bucare lo sfondo nerissimo e spiccava come un fuoco ardente nella notte.
Al tempo non era riuscita a comprenderne il significato; esso le incuteva ti more ma allo stesso tempo le suscitava anche un certo senso di reverenza e rispetto. Di lì a poco avrebbe compreso pienamente le ragioni di quel senti mento.
Quando i due gruppi varcarono la soglia della grande porta furono investiti dalle urla dei cadetti e dei capitani istruttori che, alle prese con l’addestramento, occupavano il cortile interno della Madre.
“Cadetti! Recatevi nei vostri dormitori e preparatevi per la cena. Siate puntuali”. All’ordine del capitano Lativer le due squadre si congedarono e si diressero in modo ordinato verso l’ala dei dormitori.
Obbedire ad un ordine non era mai stato così piacevole.